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Pubblicato su “La Voce Alessandrina” l’11/03/2010

Guido Oldani durante l'incontro dedicato all'opera di Padre TuroldoAncora sulle tracce di David Maria Turoldo, il “poeta-sacerdote”. Dopo la proiezione a cura di Nuccio Lodato, lo scorso 22 dicembre, di alcune scene del film “Gli ultimi” del 1963, ispirato a un racconto di Turoldo, nella serata di giovedì 3 marzo, presso l’ex Seminario Santa Chiara di Alessandria, un nuovo incontro è stato dedicato alla figura del sacerdote friulano, grazie all’impegno del Centro di Cultura dell’Università Cattolica. Fra cielo e terra. Solo la meraviglia ci potrà salvare era il titolo della serata in cui l’opera di Turoldo ha preso vita sotto forma di ricordi, musica, emozioni.

Sono ricordi inediti e preziosi quelli che regala ai fortunati presenti un ospite d’eccezione: Guido Oldani. Classe ‘47, tra i più interessanti poeti italiani del secondo Novecento, per anni ha collaborato alle pagine culturali di importanti quotidiani italiani, è stato autore per la Rai di trasmissioni radiofoniche di cultura e attualmente dirige la collana di poesie per Mursia Editore. Un poeta che parla di un poeta, nonché di un amico. Attraverso gli aneddoti, alcuni divertenti, altri più drammatici, raccontati da Oldani, la figura di Turoldo si compone come un mosaico, tanto che alla fine sembra quasi di conoscerlo, Giuseppe detto “Peppo Rosso” dal colore dei capelli, uomo dal carattere passionale che sognava “che ogni convento avesse un poeta”. Nato da famiglia poverissima del Friuli, in una casa senza vetri alle finestre, nel 1940 fu ordinato sacerdote nei Servi di Santa Maria. Creò un movimento di Resistenza con base a Milano presso la ‘Corsia dei Servi’ e che animava insieme al confratello Camillo De Piaz. Famose erano le sue omelie domenicali antifasciste, tanto che le camicie nere lo aspettavano fuori dal Duomo di Milano al termine della Messa. Oldani lo ricorda anche vestito del suo saio bianco, un punto luminoso in una macchia di colore blu, mentre, sempre a Milano, arringava migliaia di metalmeccanici in Piazza Duomo. Istantanee di una vita vissuta “di petto”, dentro il tempo imperfetto e travagliato della storia, ma sempre anelando alla meraviglia dell’infinito, fra terra e cielo.

Caratteristica del Turoldo poeta è invece il tema della solitudine, come in Io non ho mani (1948) in cui dietro un’apparente “non tenerezza” si cela l’infinita tenerezza del mondo. Egli, spiega Oldani,  reclama il verso lungo di ispirazione biblica, che gli permetteva di dispiegare la voce fuggendo da inutili ermetismi e in cui poter inserire la concretezza del Neorealismo. Per alcuni anni esiliato dall’Italia, Turoldo conosce altre due figure “assolute”: lo statunitense Thomas Merton, monaco e scrittore di prosa e poesia (Le acque di Siloe la sua opera più famosa) e il nicaraguense Ernesto Cardenal, prete e poeta, protagonista della rivoluzione in Nicaragua nel 1979, con i quali formerà un triangolo ideale di poeti, sacerdoti, scrittori. La sua “questione assoluta” è la libertà di coscienza, parola che risuona nel manoscritto originale lasciato all’amico Oldani e che lui stesso ci legge: “a una sola cosa non rinuncio / a non dover essere questa coscienza”. Ed è proprio questa irrinunciabile libertà di coscienza l’eredità dell’uomo Turoldo al suo amico Oldani, ci racconta quest’ultimo durante il momento conviviale seguito all’incontro.

L’ultima parte della serata, dal titolo Il nostro Turoldo in parole e musica, ha proposto uno sguardo particolare alle opere di padre Turoldo, fra teatro e musica. La Compagnia Teatro Insieme, diretta da Silvestro Castellana, ha ripercorso la “meraviglia” di Dio che il sacerdote coglieva come piccoli squarci nel creato, attraverso la lettura di liriche tratte da Canti Ultimi, così intitolati perché composti prima della morte, dolorosa, per tumore al pancreas. Un male che Turoldo rappresenta spesso con l’immagine di un “drago insediatosi al centro del ventre”. La rivisitazione in chiave musicale è stata invece curata dal Gruppo dell’Incanto, secondo l’antico genere della poesia cantata, con Giorgio Penotti (flauto), Mario Martinengo (chitarra) e le voci di Aldino Leoni e Serafina Carpari. La serata è stata non solo un momento emozionante, ma anche l’ulteriore tappa di un percorso che culminerà il prossimo 29 maggio con un viaggio a Sotto il Monte, sulle tracce di quello che è stato un grande sacerdote e poeta ma, prima ancora, un grande uomo.


Francesca Frassanito

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